San Carlo Borromeo: storia, la festa, nascita, morte e statua del celebre arcivescovo milanese

Carlo Borromeo (Arona, 2 ottobre 1538 – Milano, 3 novembre 1584) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano, venerato come santo dalla Chiesa cattolica, con ricorrenza in data 4 novembre.
Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, è assunto al pontificato lo zio Pio IV, e questo fatto segna l'ingresso di Carlo nelle più alte carriere: il pontefice zio chiamò a sé a Roma, il 3 gennaio, il giovane nipote e gli assegnò senz'altro le cariche più importanti.
Il 31 gennaio 1560 Carlo fu eletto cardinale diacono, e l'8 febbraio dello stesso anno arcivescovo di Milano, con l'obbligo di rimanere in Roma e di governare la lontana diocesi per mezzo di vicari.
Nello stesso tempo Carlo fu nominato protonotario apostolico, referendario, governatore delle legazioni pontificie di Bologna, della Romagna e delle Marche d'Ancona; diventò quindi protettore della Corona del Portogallo, dei Paesi Bassi, dei Cantoni cattolici della Svizzera, dell'ordine gerosolimitano di Malta e di parecchi ordini religiosi, come i francescani e i carmelitani.
Fu altresì nominato presidente della Consulta, dicastero che Paolo IV aveva istituito per provvedere a tutta l'amministrazione civile degli stati pontifici; toccò pure a lui l'onore d'aprire nella storia del governo della Chiesa la serie dei segretari di stato.
Un così vasto favore concesso dal pontefice a un nipote tanto giovane non poteva non destare le critiche di molti, specialmente nella curia romana. Ma presto apparve che la scelta era stata felice.
Da questo momento Carlo appartiene alla grande storia, e la sua vita si può dividere in due periodi che potremmo chiamare, l'uno romano-tridentino, l'altro milanese. Il primo, breve di anni, ma densissimo d'azione, va dal 1560 al 1565; il secondo si protrae per 19 anni, cioè fino al 1584, anno della morte di Carlo.
Fosco era il quadro della cristianità in quell'epoca. Il concilio di Trento riconvocato nel 1550, veniva subito di nuovo interrotto per le sovrastanti minacce di Maurizio di Sassonia. In Germania il cattolicismo era fieramente avversato dall'idea luterana, che si radicava sempre più profondamente nelle coscienze.
Nella Polonia molte fazioni si agitavano, e a por fine alle diverse tendenze confessionali era stato radunato un concilio nel 1555. Accesissima era la lotta religiosa in Francia, specialmente per l'agitarsi del vivace nucleo dei protestanti; disastrose le condizioni dei cattolici in Inghilterra, dove Elisabetta, salita sul trono nel 1558, aveva compiuto la separazione della chiesa anglicana da Roma. Meno gravi, ma non liete, le condizioni generali dell'Italia e della Spagna.
D'altra parte, se l'intrapreso concilio aveva già portato qualche rimedio, la sua doppia interruzione aveva dissipato quei germi di orientamento cattolico, che i primi Padri là radunati avevano gettato nel terreno. Il cardinale Borromeo concepisce pressoché da solo il piano della ripresa del concilio, in mezzo a difficoltà grandissime.
Nonostante l'avversione di molti, anche cattolici, Carlo indusse il pontefice a riconvocare in Trento la grande assemblea che fu riaperta il 18 gennaio del 1562. Carlo intanto, già orfano dei genitori, nel 1562 aveva perduto anche il fratello Federico, unico sostegno del casato; per la qual cosa era stato consigliato dallo stesso pontefice a formarsi una famiglia; rifiutò decisamente, anzi, ricevendo pochi giorni dopo quella morte, dal card. Cesi, gli ordini ecclesiastici, si dava tutto all'esecuzione di ciò che avrebbe avuto rapporto col concilio.
Egli ne aveva preparato la buona ripresa col far riconoscere dal papa l'imperatore Ferdinando I; aveva fissato, inoltre, d'accordo col pontefice, tutto il programma: la riforma del clero e degli ordini religiosi, i rapporti della Chiesa con gli Stati, le costituzioni dogmatiche e disciplinari, la disciplina liturgica, l'ordinamento matrimoniale, il generale miglioramento morale e religioso del popolo. Il B. impartiva le istruzioni ai legati pontifici presso il concilio che sorvegliava in ogni atto e decisione (è famosa una frase del Sarpi a questo proposito), e tanto fece che, con la XXV seduta, il concilio poté chiudersi felicemente il 3 dicembre 1563.
Terminate le assise tridentine, Carlo, chiamato subito fra i membri della congregazione concistoriale per l'esecuzione dei deliberati, ebbe gran parte nella compilazione del Catechismus Romanus ad parochos, deciso dal concilio e pronto in redazione definitiva nel 1564, che doveva essere il testo unico ufficiale per l'insegnamento della religione al popolo.
Nel frattempo il Borromeo non trascurò la sua diocesi lontana, da cui gli giungevano giornalmente notizie sempre più dolorose. L'assenza dell'arcivescovo aggravata dalle assenze degli arcivescovi antecessori, aveva prodotto uno scadimento generale nella diocesi.
Il Borromeo decise allora di chiudere oramai il suo periodo romano, per tornare a Milano a dirigerne personalmente l'amministrazione ecclesiastica. Da principio vi aveva mandato come suo vicario l'agostiniano Gerolamo Ferragata; nel 1564 vi manda l'eccellente veronese mons. Nicola Ormaneto.
A costui era affidata la mansione di preparare la venuta del cardinale a Milano, la quale in realtà avvenne il 23 settembre del 1565, dopo un suo viaggio attraverso l'Italia in qualità di legato a latere.
Aggravatosi per malattia lo zio pontefice, il Borromeo fece subito ritorno a Roma per assisterlo fino alla morte, avvenuta il 10 dicembre 1565.
Nel conclave seguito il B. fece trionfare il nome del Ghislieri (Pio V) e riprese quindi la via di Milano, arrivandovi il 15 aprile 1566; ivi rimase definitivamente come pastore, salvo qualche fugace parentesi romana, come per il conclave donde uscì Gregorio XIII, e in occasione dell'affare Ayamonte.
L'opera grandiosa del B. a Milano si può riassumere in uno sforzo non mai interrotto per la difesa dell'idea religiosa e specialmente per il miglioramento dei costumi, sia del clero sia del popolo, in modo particolare eseguendo e facendo eseguire scrupolosamente le leggi del concilio di Trento; di guisa che il B. si può considerare il campione della Controriforma.
Lo zelo del B. non ebbe limiti: volle dapprima riformato l'uno e l'altro clero; servendosi dell'opera dei nuovi ordini di chierici regolari, quali i barnabiti, i gesuiti, i teatini, ecc. riordinò il culto secondo norme severe, erigendo numerose chiese fin sulle rupi alpestri, e fondando o rifacendo santuarî celebri, come quello di Rho, di Cannobio, del S. Monte di Varallo, e ponendo la prima pietra di S. Fedele in Milano; qui fondò nel 1564 il seminario; altri seminarî minori fondò nella campagna, come a Inverigo nel 1582, a Somasca nel 1576, e a Celana nel 1579. Estese la propria cura ai giovani ecclesiastici della Svizzera, istituendo per essi nel 1579 un Collegio elvetico.
Nello stesso anno aveva anche ottenuto da Gregorio XIII d'istituire una nunziatura per la Svizzera. Aprì scuole e collegi, tra cui celebri il collegio di Brera affidato ai gesuiti, il collegio di Pavia, il collegio dei Nobili in Milano e quello pontificio d'Ascona sul Lago Maggiore; aprì anche case e ricoveri d'ogni sorta, tra cui in Milano il ricovero di S. Maria Maddalena, detto il Deposito, per le donne di malavita. Fondò l'istituto delle Scuole della dottrina cristiana, e diede principio alle scuole elementari, la cui tenuta rese obbligatoria ai parroci. Eresse pure le confraternite della Penitenza, e quelle del Sacramento tuttora fiorenti.
Volle inoltre visitare tutta la diocesi, recandosi personalmente in circa mille parrocchie, non badando né a difficoltà di viaggio né a fatiche: il fatto della visita così generalizzata è una delle grandi lodi dell'episcopato del B., il quale visitò fin due volte ogni singola rupe delle Tre Valli Ambrosiane della Svizzera. Radunò durante il suo episcopato 11 sinodi diocesani (il primo presieduto dall'Ormaneto nell'agosto precedente l'ingresso solenne a Milano; e l'ultimo dal B. stesso nel 1584, pochi mesi prima della sua morte); che se si aggiungono anche i 6 concilî provinciali da lui tenuti negli anni 1565, '69, '73, '76, '79 e '82, si vede quale somma di lavoro egli abbia compiuto, non paragonabile forse a quella di nessun altro episcopato.
San Carlo Borromeo, tutti i dettagli sul celebre arcivescovo di Milano
È, dopo S. Ambrogio, il più celebre e popolare arcivescovo di Milano. Fiorito in un'epoca della massima importanza storica, egli è l'uomo di governo che, per la sua attività e le sue eccezionali virtù e qualità, ha lasciato un'orma incancellabile non solamente nell'ambito della chiesa milanese, ma in tutta la cristianità. Carlo nacque secondo figlio del conte Giberto Borromeo e di Margherita de' Medici (sorella, questa, di quel Giovanni Angelo che fu poi Pio IV) nella Rocca di Arona il 2 ottobre del 1538. Religiosamente educato a Milano dal parroco di S. Ambrogio, ricevette dodicenne l'abito clericale e la tonsura. A sedici anni lo troviamo inscritto all'università di Pavia per i rami della teologia e delle leggi e il 6 dicembre 1559 egli conseguì la laurea in diritto canonico e civile.Gli inizi
Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, è assunto al pontificato lo zio Pio IV, e questo fatto segna l'ingresso di Carlo nelle più alte carriere: il pontefice zio chiamò a sé a Roma, il 3 gennaio, il giovane nipote e gli assegnò senz'altro le cariche più importanti.
Il 31 gennaio 1560 Carlo fu eletto cardinale diacono, e l'8 febbraio dello stesso anno arcivescovo di Milano, con l'obbligo di rimanere in Roma e di governare la lontana diocesi per mezzo di vicari.
Nello stesso tempo Carlo fu nominato protonotario apostolico, referendario, governatore delle legazioni pontificie di Bologna, della Romagna e delle Marche d'Ancona; diventò quindi protettore della Corona del Portogallo, dei Paesi Bassi, dei Cantoni cattolici della Svizzera, dell'ordine gerosolimitano di Malta e di parecchi ordini religiosi, come i francescani e i carmelitani.
Fu altresì nominato presidente della Consulta, dicastero che Paolo IV aveva istituito per provvedere a tutta l'amministrazione civile degli stati pontifici; toccò pure a lui l'onore d'aprire nella storia del governo della Chiesa la serie dei segretari di stato.
Un così vasto favore concesso dal pontefice a un nipote tanto giovane non poteva non destare le critiche di molti, specialmente nella curia romana. Ma presto apparve che la scelta era stata felice.
Il Concilio di Trento e la lunga carriera ecclesiastica
Da questo momento Carlo appartiene alla grande storia, e la sua vita si può dividere in due periodi che potremmo chiamare, l'uno romano-tridentino, l'altro milanese. Il primo, breve di anni, ma densissimo d'azione, va dal 1560 al 1565; il secondo si protrae per 19 anni, cioè fino al 1584, anno della morte di Carlo.
Fosco era il quadro della cristianità in quell'epoca. Il concilio di Trento riconvocato nel 1550, veniva subito di nuovo interrotto per le sovrastanti minacce di Maurizio di Sassonia. In Germania il cattolicismo era fieramente avversato dall'idea luterana, che si radicava sempre più profondamente nelle coscienze.
Nella Polonia molte fazioni si agitavano, e a por fine alle diverse tendenze confessionali era stato radunato un concilio nel 1555. Accesissima era la lotta religiosa in Francia, specialmente per l'agitarsi del vivace nucleo dei protestanti; disastrose le condizioni dei cattolici in Inghilterra, dove Elisabetta, salita sul trono nel 1558, aveva compiuto la separazione della chiesa anglicana da Roma. Meno gravi, ma non liete, le condizioni generali dell'Italia e della Spagna.
D'altra parte, se l'intrapreso concilio aveva già portato qualche rimedio, la sua doppia interruzione aveva dissipato quei germi di orientamento cattolico, che i primi Padri là radunati avevano gettato nel terreno. Il cardinale Borromeo concepisce pressoché da solo il piano della ripresa del concilio, in mezzo a difficoltà grandissime.
Nonostante l'avversione di molti, anche cattolici, Carlo indusse il pontefice a riconvocare in Trento la grande assemblea che fu riaperta il 18 gennaio del 1562. Carlo intanto, già orfano dei genitori, nel 1562 aveva perduto anche il fratello Federico, unico sostegno del casato; per la qual cosa era stato consigliato dallo stesso pontefice a formarsi una famiglia; rifiutò decisamente, anzi, ricevendo pochi giorni dopo quella morte, dal card. Cesi, gli ordini ecclesiastici, si dava tutto all'esecuzione di ciò che avrebbe avuto rapporto col concilio.
Egli ne aveva preparato la buona ripresa col far riconoscere dal papa l'imperatore Ferdinando I; aveva fissato, inoltre, d'accordo col pontefice, tutto il programma: la riforma del clero e degli ordini religiosi, i rapporti della Chiesa con gli Stati, le costituzioni dogmatiche e disciplinari, la disciplina liturgica, l'ordinamento matrimoniale, il generale miglioramento morale e religioso del popolo. Il B. impartiva le istruzioni ai legati pontifici presso il concilio che sorvegliava in ogni atto e decisione (è famosa una frase del Sarpi a questo proposito), e tanto fece che, con la XXV seduta, il concilio poté chiudersi felicemente il 3 dicembre 1563.
Terminate le assise tridentine, Carlo, chiamato subito fra i membri della congregazione concistoriale per l'esecuzione dei deliberati, ebbe gran parte nella compilazione del Catechismus Romanus ad parochos, deciso dal concilio e pronto in redazione definitiva nel 1564, che doveva essere il testo unico ufficiale per l'insegnamento della religione al popolo.
Nel frattempo il Borromeo non trascurò la sua diocesi lontana, da cui gli giungevano giornalmente notizie sempre più dolorose. L'assenza dell'arcivescovo aggravata dalle assenze degli arcivescovi antecessori, aveva prodotto uno scadimento generale nella diocesi.
Il Borromeo decise allora di chiudere oramai il suo periodo romano, per tornare a Milano a dirigerne personalmente l'amministrazione ecclesiastica. Da principio vi aveva mandato come suo vicario l'agostiniano Gerolamo Ferragata; nel 1564 vi manda l'eccellente veronese mons. Nicola Ormaneto.
La morte dello zio e il lungo percorso milanese
A costui era affidata la mansione di preparare la venuta del cardinale a Milano, la quale in realtà avvenne il 23 settembre del 1565, dopo un suo viaggio attraverso l'Italia in qualità di legato a latere.
Aggravatosi per malattia lo zio pontefice, il Borromeo fece subito ritorno a Roma per assisterlo fino alla morte, avvenuta il 10 dicembre 1565.
Nel conclave seguito il B. fece trionfare il nome del Ghislieri (Pio V) e riprese quindi la via di Milano, arrivandovi il 15 aprile 1566; ivi rimase definitivamente come pastore, salvo qualche fugace parentesi romana, come per il conclave donde uscì Gregorio XIII, e in occasione dell'affare Ayamonte.
L'opera grandiosa del B. a Milano si può riassumere in uno sforzo non mai interrotto per la difesa dell'idea religiosa e specialmente per il miglioramento dei costumi, sia del clero sia del popolo, in modo particolare eseguendo e facendo eseguire scrupolosamente le leggi del concilio di Trento; di guisa che il B. si può considerare il campione della Controriforma.
Lo zelo del B. non ebbe limiti: volle dapprima riformato l'uno e l'altro clero; servendosi dell'opera dei nuovi ordini di chierici regolari, quali i barnabiti, i gesuiti, i teatini, ecc. riordinò il culto secondo norme severe, erigendo numerose chiese fin sulle rupi alpestri, e fondando o rifacendo santuarî celebri, come quello di Rho, di Cannobio, del S. Monte di Varallo, e ponendo la prima pietra di S. Fedele in Milano; qui fondò nel 1564 il seminario; altri seminarî minori fondò nella campagna, come a Inverigo nel 1582, a Somasca nel 1576, e a Celana nel 1579. Estese la propria cura ai giovani ecclesiastici della Svizzera, istituendo per essi nel 1579 un Collegio elvetico.
Nello stesso anno aveva anche ottenuto da Gregorio XIII d'istituire una nunziatura per la Svizzera. Aprì scuole e collegi, tra cui celebri il collegio di Brera affidato ai gesuiti, il collegio di Pavia, il collegio dei Nobili in Milano e quello pontificio d'Ascona sul Lago Maggiore; aprì anche case e ricoveri d'ogni sorta, tra cui in Milano il ricovero di S. Maria Maddalena, detto il Deposito, per le donne di malavita. Fondò l'istituto delle Scuole della dottrina cristiana, e diede principio alle scuole elementari, la cui tenuta rese obbligatoria ai parroci. Eresse pure le confraternite della Penitenza, e quelle del Sacramento tuttora fiorenti.
Volle inoltre visitare tutta la diocesi, recandosi personalmente in circa mille parrocchie, non badando né a difficoltà di viaggio né a fatiche: il fatto della visita così generalizzata è una delle grandi lodi dell'episcopato del B., il quale visitò fin due volte ogni singola rupe delle Tre Valli Ambrosiane della Svizzera. Radunò durante il suo episcopato 11 sinodi diocesani (il primo presieduto dall'Ormaneto nell'agosto precedente l'ingresso solenne a Milano; e l'ultimo dal B. stesso nel 1584, pochi mesi prima della sua morte); che se si aggiungono anche i 6 concilî provinciali da lui tenuti negli anni 1565, '69, '73, '76, '79 e '82, si vede quale somma di lavoro egli abbia compiuto, non paragonabile forse a quella di nessun altro episcopato.

